SARCOMA DA INOCULO NEL GATTO

I sarcomi da inoculo del gatto sono tumori dei tessuti molli caratterizzati tipicamente da una localizzazione interscapolare e da un comportamento altamente infiltrativo.

Si ritiene che i vaccini a virus spento contro la rabbia e il Virus della Leucemia Felina (FeLV) ne siano responsabili, anche se qualsiasi vaccino e qualsiasi prodotto inoculato per via sottocutanea od intramuscolare in questa specie animale rappresenta una potenziale causa scatenante per lo sviluppo di queste neoplasie.

L’incidenza è di circa 3-4 gatti ogni 10.000. Si pensa a una predisposizione individuale, che spiegherebbe il basso impatto nella popolazione felina.

Si sospetta l’esistenza di un sarcoma da inoculo ogni volta che ci si trova di fronte a un gatto che presenta una massa in regioni normalmente usate per le iniezioni quali l’interscapolare, le porzioni laterali del torace, la groppa e gli arti posteriori.

La lesione può svilupparsi pochi giorni dopo l’iniezione o apparire molto tempo dopo, visto che il tempo di latenza può variare da sei settimane ad alcuni anni.

Non tutte le masse che compaiono in seguito ad inoculazione si trasformano però in sarcomi e solo quelle che persistono per più di sei settimane destano sospetto.

Per poter fare una diagnosi corretta si deve eseguire una biopsia ad ago sottile e, nei casi dubbi, la biopsia incisionale. Quest’ultima va eseguita in un’area asportabile con il successivo intervento chirurgico,
L’esame istologico diventa fondamentale per una diagnosi corretta.
Dopo la conferma istologica, va eseguito l’esame radiografico del torace: anche se questo non è un tumore con una forte tendenza alle metastasi, queste ultime hanno un’incidenza del 20% circa e si riscontrano soprattutto a livello polmonare e, più raramente, a livello dei linfonodi regionali.  Potrebbero comunque comparire anche in un secondo tempo.
La terapia non ha ancora dato risultati buoni, nessun protocollo si è rivelato realmente efficace, per la tendenza a infiltrare i piani fasciali. La recidiva locale è il problema maggiore, con frequenza che varia dal 30 al 70%.
La base comune di tutti i protocolli è la chirurgia radicale, che può essere associata a radioterapia e/o chemioterapia.
Il principio su cui si basa la chirurgia oncologica è l’asportazione della lesione con un margine di tessuto sano di alcuni centimetri su ogni piano. In questo caso, data la spiccata tendenza all’infiltrazione, il margine deve essere di almeno 3 cm.
Questo comporta l’esecuzione di interventi altamente demolitivi quali amputazione di un arto, asportazione di processi spinosi vertebrali o di alcune coste o, infine, resezioni pelviche o scapolari di grado variabile.
Anche se apparentemente mutilanti, questi interventi sono generalmente ben tollerati dagli animali che, nel giro di pochi giorni, riprendono una funzionalità normale.
Data la maggior incidenza a livello interscapolare, si devono asportare piani muscolofasciali e grandi porzioni di cute a livello del dorso ma la notevole elasticità cutanea di questa specie animale e la facilità di esecuzione di lembi cutanei di avanzamento in questa regione facilitano il compito.
Uno studio su soggetti sottoposti alla sola chirurgia riporta che, a eccezione dell’amputazione, l’intervento è raramente curativo per questo tipo di neoplasia e pochi soggetti raggiungono una sopravvivenza superiore ai 2 anni.
Vicla Sgaravatti
Medico Veterinario
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Categorie: GattiSalute

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