DOGMAN di Luc Besson, Francia, USA, 2023
drammatico, con Caleb Landry Jones, Jojo T. Gibbs, Christopher Denham, Grace Palma, Clemens Schick

Un motto di Alphonse de Lamartine ricorda sui titoli di testa: “Ovunque ci sia un infelice, Dio invia un cane”.
Questo film spazia dal genere horror al drammatico, dall’azione alla fiaba, ma è soprattutto un film molto umano, e dolorosamente poetico.
Un film notevole, potente, capace comunque di trascendere il “genere” e di offrire uno sguardo non convenzionale sulla crudeltà paterna, sulla sofferenza filiale, e il bisogno di famiglia.
Vediamo il protagonista bambino, privato della sua infanzia, angariato da un padre crudele e violento, rinchiuso per anni in una gabbia insieme a poveri cani maltrattati e affamati perché nei combattimenti diventino più feroci.
Invece il ragazzo, (si chiama Doug, basta togliere una “u” per farlo diventare “dog”), li ammansisce, li ama, venendo a sua volta riamato da tutti questi cani.


Parlando di loro dice “Il loro amore mi ha salvato la vita migliaia di volte”.
Da grande, Doug vuole redistribuire la ricchezza con l’aiuto dei suoi “fratelli” animali, e vendicare i torti subiti da sé e dagli altri.
Si può proprio dire che per Doug ci sia stata una immersione completa nella pet therapy. I suoi cani sono stati la sua salvezza psicologica.
Doug ama i cani più delle persone, perché “I cani hanno bellezza senza vanità, forza senza insolenza, coraggio senza ferocia e tutte le virtù che hanno gli umani senza nessuno dei loro vizi. Per quanto ne so io hanno soltanto un difetto: si fidano degli umani”.
Luc Besson aveva così commentato il proprio film al Festival di Venezia:
“L’ispirazione per questo film è scaturita, in parte, da un articolo che ho letto su una famiglia francese che ha rinchiuso il proprio figlio in una gabbia quando aveva cinque anni.
Questa storia mi ha fatto interrogare sull’impatto che un’esperienza del genere può avere su una persona a livello psicologico. Come riesce una persona a sopravvivere e a gestire la propria sofferenza? Con Dogman ho voluto esplorare questa tematica.
La sofferenza è uno stato che accomuna tutti noi e il solo antidoto per contrastarla è l’amore.
La società non ti aiuterà, ma l’amore può aiutare a guarire.
È l’amore della comunità di cani che Dogman ha fondato a fungere da guaritore e da catalizzatore.
Dogman non sarebbe il film che è senza Caleb Landry Jones.
Questo complesso personaggio aveva bisogno di qualcuno che potesse incarnarne le sfide, la tristezza, il desiderio, la forza, la complessità.
Le persone guardano i film per cogliere una sorta di verità dalla storia, anche se sanno che si tratta di finzione.
Volevo essere il più onesto possibile nella realizzazione del film.
Voglio che proviate dei sentimenti nei confronti del protagonista, di ciò che fa, delle azioni che compie come reazione alla sofferenza che ha patito.
Vorrete fare il tifo per lui.
Spero che il pubblico possa elaborare nella propria mente ciò che Dogman ha subito, il dolore che è davvero difficile da ingoiare.
Ha sofferto più di quanto la maggior parte delle persone potrà mai soffrire, eppure possiede ancora una dignità.”
In effetti è molto bravo l’attore Caleb Landry Jones, e va lodata la bravura espressiva dei cani (tutti di razze diverse) e della loro capacità di eseguire gli ordini ricevuti, che ci obbliga a una sospensione dell’incredulità.
I cani sono tutti di razze diverse: sono dobermann, jack russell, alani, barboncini, terrier, komondor, pastori belga, akita, rottweiler, bassotti, bichon, saluki e tutta una serie di incroci, difficili da definire.

Sono moltissimi, più di centodieci i cani protagonistino, che offrono una caratteristica speciale al film: la presenza simultanea di tantissimi cani in diverse fasi delle riprese.
Luc Besson in varie interviste ha più volte ribadito che il numero di cani che si aggiravano giornalmente sul set era circa di 60, con punte di 80 in alcune scene corali.
Con loro c’erano naturalmente decine di addestratori e preparatori, impegnati a preparare gli animali al ciak e a suggerire alla troupe come muoversi in questo contesto.


Proprio grazie a questo contributo che i cani sono stati diretti in maniera naturale.
Grazie anche all’amalgama creata nel corso delle riprese.
Besson ha confidato: “avevamo creato una nostra routine, ogni mattina Caleb (l’attore che interpreta Doug) e io li portavamo al parco, ci sdraiavano per terra e dopo dieci minuti ci ritrovavamo ricoperti di fango“.
Tra tanti si distingueva Mickey, piccolo jack russell, guida del branco grazie alla sua furbizia. Ladro provetto, è l’incursore che apre la strada agli altri amici pelosi nelle ville e negli appartamenti.


Elegante, possente e maestoso, guardiano fedele della “tana” in cui vive Doug, troviamo un dobermann, pronto a spaventare gli ospiti indesiderati con la sola presenza, e pronto ad aggredire chi non ottiene il via libera da parte del suo padrone.

L’arma di Doug è Polly, pastore belga Malinois, che affronta i nemici del padrone a suon di morsi. Energica e protettiva, è un’alleata fondamentale.

Un komondor col suo particolare mantello che sembra un “mocio” e che caratterizza una delle scene simbolo del film.

E mi è piaciuto vedere all’opera, a circa nove minuti dalla fine, anche un saluki di cui vengono sfruttate le doti di sinuosità e magrezza. e le sue abilità evasive che lo rendono capace di passare attraverso le sbarre di una cella.

Ognuno con un proprio ruolo, evidentemente esagerato per dare corpo alla storia, e convincere anche i più scettici che sì, i cani sono meglio delle persone.

Se riuscite a sopportare alcune scene crude, e altre violente, è un film che vi consiglio, a me è piaciuto molto.
Lo potete trovare su RaiPlay e qui potete vedere il trailer
Vicla Sgaravatti
Medico Veterinario
via Rembrandt 38- Milano
02 4009 1350
Solo per appuntamento:
martedì e giovedì 15-19
sabato 9,30-12,30
Altri orari da concordare.
0 commenti