LA CURA DEL MALATO: UNA LETTURA FRANCESCANA DELLA PET THERAPY

Ho trovato questo interessantissimo articolo pubblicato in Pastorale Sanitaria da Padre Ivano Liguori (Ofm. Cap.), lo scorso 16 Agosto 2026 e lo voglio condividere con voi nella giornata dedicata a San Francesco, Patrono degli animali.

La cosa intrigante e stimolante è l’aver parlato in modo assolutamente positivo del rapporto con il cane, andando un po’ controcorrente a quanti nella religione colpevolizzano chi si prende cura degli animali, amandoli.

“Sono a conoscenza di episodi che hanno interessato la vita di sacerdoti del clero diocesano che nella loro solitudine sono stati recuperati dal loro animale domestico da imminenti sindromi depressive anche gravi.”

“A torto o a ragione la figura del Serafico Padre (San Francesco) si presta — e si è sempre prestata nel corso dei tempi — a garantire una sponda a tutti coloro che vivono con la natura e con gli animali un rapporto privilegiato e amorevole.

Mi sia permessa però una precisazione: definire San Francesco come il patrono e l’amico degli animali è un po’ riduttivo, e questo perché si rischia di condurre a facili ideologizzazioni contemporanee con il solo risultato di svuotare non solo la visione francescana del Creato del suo senso autentico ma la stessa teologia francescana che nel Creato contempla il capolavoro della Trinità.

San Francesco, nel suo amore verso tutto il Creato, vede e contempla anzitutto il Dio Creatore e con lui la persona dolcissima del Figlio di Dio, il Verbo del Padre per mezzo del quale — come scrive il beato apostolo Giovanni nel suo Prologo — «tutto è stato fatto per mezzo di Lui, e senza di Lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste» (cf. Gv 1,3). Per questa ragione, nulla di quanto il Creatore ha fatto e compiuto nel Creato per mezzo del Verbo può essere privo della lode, della gratitudine, della gioia e del ringraziamento, in quanto esso stesso indirizzato verso la redenzione definitiva che il Figlio di Dio ha operato con la sua passione, morte e risurrezione. Possiamo affermare con la speranza della fede che per Dio ogni realtà creata è una realtà redenta che merita e giunge alla salvezza in Gesù Cristo Salvatore. La stessa Creazione che nel momento presente ancora geme e soffre per le doglie del parto (cf. Rm 8,22) vive la sua trasformazione quotidiana nell’opera di Cristo che agisce nel compimento del suo Regno e in quella cooperazione fattiva con l’uomo.

Posta questa visione teologica del Creato, capiamo come per San Francesco tutto diventa occasione per rendere grazie — anticipo di eucaristia — se con fede viva si guarda: «per frate sole, per sora luna e le stelle, per frate vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per sora acqua, per frate focu, per la nostra sora matre terra» (cf. Cantico delle Creature).

Il Creato per il Serafico Padre, pur gemendo e soffrendo ancora per le doglie e le sofferenze del parto (cf. Rom 8,22) in quel divenire escatologico di redenzione definitiva, resta comunque un fratello da amare, rispettare e custodire (cf. Gn 2,15), un compagno di viaggio per l’uomo cercatore di Dio.

Questa piccola introduzione teologica francescana ci serve da intuizione per capire come l’amore verso i nostri compagni animali diventa l’occasione concreta per trovare Dio.

Desidero a tal proposito citare un episodio narrato nella Vita Prima di Tommaso da Celano (FF. n. 457) in cui si racconta di un giorno in cui San Francesco insieme a frate Paolo si imbatterono in un uomo che portava due agnellini sulle spalle, per venderli al mercato.

Preso da pietà, il Serafico Padre, sapendo che gli animali sarebbero stati venduti e mangiati, diede all’uomo il suo mantello barattandolo con i due agnellini e realizzando di fatto un gesto redentivo e salvifico, che non possiamo che leggere come restituzione di quella salvezza e redenzione che Cristo, agnello senza macchia, ha operato con l’uomo e con lo stesso Poverello d’Assisi.

San Francesco con lo sguardo pieno di Dio è capace di scorgere negli animali qualche attributo e caratteristica che lo richiami e lo avvicini a Dio, ma noi stessi con i nostri amici a quattro zampe possiamo leggere ugualmente l’opera di Dio verso di noi e trovare in questo sollievo, tenerezza, gioia e salvezza.

Tale strada trova l’applicazione concreta nell’uso degli animali come vera e propria terapia in coloro che stanno attraversando particolari sofferenze, crisi o solitudini o che si trovano a vivere in una condizione di malattia cronica o terminale.

Non è sbagliato a tal proposito parlare di terapia anche dentro un approccio di fede, perché Gesù Cristo è il terapeuta del Padre, il medico celeste che guarisce le nostre infermità e tale cura passa anche per l’opera del Creato e delle creature che lo abitano.

È dal 1964 che si parla della cosiddetta Pet-Therapy — della terapia attraverso gli animali — termine coniato dallo psichiatra infantile Boris M. Levinson e che oggi ha assunto la denominazione più ampia di Intervento Assistito con gli Animali (IAA).

Sono indubbi e certificati i benefici che un animale da compagnia può apportare a un bambino malato o a un anziano solo. La tenerezza, l’affettuosità e il calore di un cagnolino o di un gattino che ti si accoccola nel grembo può aprire a risposte veramente inaspettate e a reazione neuropsichiche sbalorditive quando si convive ad esempio con una diagnosi di Alzheimer o con il deterioramento delle funzioni cognitive, come la memoria, il pensiero e il linguaggio.

La Pet-Therapy ha bisogno di operatori esperti e preparati ma anche una Pet-Therapy più casalinga con il giusto buon senso, responsabilità e vigilanza può apportare vari benefici come la riduzione dello stress, l’aumento del movimento e della coordinazione, il potenziamento dell’empatia e della capacità dell’accudimento, l’aumento delle capacità di socialità che indirizzano a un lento e progressivo esodo dalla solitudine e dalla depressione così come la reattività della persona.

Sono a conoscenza di episodi che hanno interessato la vita di sacerdoti del clero diocesano che nella loro solitudine sono stati recuperati dal loro animale domestico da imminenti sindromi depressive anche gravi. Sembra cosa da poco, ma ritornare a casa la sera, dopo una intera giornata di fatica ministeriale, in cui non mancano gioie, dolori e incomprensioni e trovarsi davanti un pelosetto che ti dona attenzione, può costituire veramente una terapia salutare non scontata.

Per questo, e anche per altri motivi che sarebbe lungo qui descrivere, che nella nostra Infermeria Provinciale dei Frati Cappuccini sardi — di cui sono il nuovo responsabile — ha deciso di prendere un cucciolo di cane, un vispo Jack Russell di un mese e mezzo di età, che piano piano sta conquistando i nostri confratelli anziani con la sua esuberanza. In effetti, nelle due settimane di convivenza con il nostro Teo — così lo abbiamo chiamato — vedo nei nostri frati anziani una maggiore reattività e rispondenza. E lui è lì con noi, quando alla sera accompagniamo gli anziani a letto; e lì con noi in refettorio quando mangiamo e lui saltella intorno mordicchiando qualche sandalo; è lì con noi in cappella quando preghiamo; insomma questo cucciolo riesce a tenerci svegli e reattivi, anche facendo qualche monelleria che l’età canuta dei nostri frati vorrebbe forse qualche volta evitare ma che nel complesso diventa un terapeutico pungolo che sprona a vivere e dischiudere nuovamente qualche sorriso, e tutto questo a lode di Dio e del suo servo Francesco.”

Cagliari, 16 agosto 2026, Padre Ivano Liguori

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Vicla Sgaravatti

Medico Veterinario

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Solo per appuntamento:

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