IL PRIMO AMICO DELL’UOMO

Uomo e cane sono migliori amici sin dall'Età della pietra - La Stampa

Nel 1914, ad Oberkassel, un sobborgo di Bonn in Germania, un gruppo di operai che scavavano per l’estrazione del basalto, rinvenì una tomba.

Al suo interno si scoprirono i resti di un uomo di circa una quarantina d’anni, di una donna circa ventenne e di un cucciolo di cane intorno ai sette mesi in mezzo a loro, oltre a una varietà di oggetti decorati realizzati a partire da corna, denti e ossa, risalenti a circa 14 mila anni fa.

Nuove analisi della più antica testimonianza di sepoltura canina (anche se una ricerca italiana finanziata dalla National Geographic Society condotta nella Grotta della Bàsura in Liguria ne avrebbe identificato uno di 14.400 anni fa) rivela che l’animale, interrato con tutti gli onori 14.200 anni fa, era stato più volte curato da gravi malattie, e che non sarebbe sopravvissuto senza le attenzioni dei suoi padroni.

Questo cane visse quando la domesticazione canina era una prassi consolidata.

Il cane aveva probabilmente un’altezza di 40–50 cm alla spalla, con un peso stimato di 13–18 kg. Queste cifre suggeriscono una corporatura relativamente snella per l’animale, paragonabile al lupo indiano e ad alcune razze di levrieri, in particolare il Saluki.

A slender Indian wolf, trotting left
By Dhaval Vargiya

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/2/22/Persian_Saluki.JPG

Il cane di Bonn-Oberkassel morì a soli sette mesi e dopo essere stato a lungo malato. Aveva i denti in pessima condizione e, con le le analisi dei reperti, condotte dagli scienziati dell’Università di Ghent, in Belgio, sembra che soffrì di cimurro canino, una malattia infettiva di origine virale che provoca disturbi del sistema nervoso.
Il cane difficilmente sarebbe sopravvissuto senza le cure dell’uomo e probabilmente era così debole e malato da non essere in grado di aiutarlo nelle sue mansioni.
Senz’altro necessitava di attenzioni costanti, e ci si immagina che fosse afflitto da frequenti episodi di vomito e diarrea.
Tutto questo fa supporre che i suoi padroni dovettero dargli affetto disinteressato, come avviene ora quando un cane di famiglia si ammala.
Non si può escludere che per intervalli ridotti il cane abbia “lavorato”, forse nella caccia o come guardia, il fatto però che sia stato sepolto indica senz’altro un legame speciale tra di loro.

Il veterinario, archeologo e dottorando belga Luc Janssens ha studiato approfonditamente i resti del cucciolo e ha notato che era malato e qualcuno si era preso cura di lui:

“Il cane di Bonn-Oberkassel era un giovane adulto quando fu sepolto a circa 27-28 settimane di età, con due umani adulti e il relativo corredo funerario.
Le lesioni del cavo orale indicano un cane gravemente malato, probabilmente affetto da morbillivirus (cimurro).
Una linea dentale di suggestiva ipoplasia dello smalto compare allo stadio di sviluppo di 19 settimane.
Due ulteriori linee di ipoplasia dello smalto, solo sul canino, documentano ulteriori episodi di malattia alle settimane 21 e 23.
Le alterazioni patologiche includono anche una grave malattia parodontale, che potrebbe essere stata facilitata dall’immunodeficienza.
Poiché il cimurro canino ha un decorso di tre settimane con un tasso di mortalità molto elevato, il cane deve essere stato gravemente malato durante i tre episodi della malattia e tra le 19 e le 23 settimane di età.
La sopravvivenza senza un’assistenza umana intensiva sarebbe stata improbabile. Prima e durante questo periodo, il cane non può aver avuto alcuna utilità per l’uomo.
Prima e durante questo periodo, il cane non può aver avuto alcun utilizzo utilitaristico per gli esseri umani.
Ipotizziamo che almeno alcuni esseri umani del tardo Pleistocene considerassero i cani non solo in senso materialistico, ma potrebbero aver sviluppato legami emotivi e di cura per i loro cani, come testimonia la sopravvivenza di questo cane, molto probabilmente grazie alle cure umane.”

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Di Hans Weingartz – Trasferito da de.wikipedia su Commons da Ireas utilizzando CommonsHelper., CC BY-SA 2.0 de, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=12450932

Il cucciolo aveva circa ventotto settimane quando è morto.

Diarrea, disidratazione, febbre, inappetenza, letargia, e vomito sono i primi sintomi di cimurro.
Alla terza settimana i disturbi diventano neurologici, e il cucciolo può avere delle convulsioni.

Liane Giemsch, che ha collaborato allo studio e alla pubblicazione sulla rivista Journal of Archaeological Science a febbraio 2018, ha sottolineato che il cimurro è una malattia che mette a rischio la vita con tassi di mortalità molto elevati.
Si suppone che il cane si sia ammalato in modo grave fra le diciannove e le ventitre settimane di vita.
Deve avere ricevuto un’intensa e prolungata assistenza e cura da parte dell’uomo che l’hanno fatto sopravvivere fino alle ventotto settimane.
Si pensa che gli uomini abbiano accudito il cucciolo, nutrendolo e dissetandolo con cibo e acqua, mantenendolo pulito e al caldo.
Se non lo avessero curato in questo modo il cucciolo non sarebbe sopravvissuto.

Si attribuisce l’inizio della domesticazione dei cani per le attività che l’uomo poteva compiere con l’aiuto dei cani stessi, come la caccia, la pastorizia e la sorveglianza.

I resti del cane rinvenuto a Oberkassel, però, permettono di formulare ipotesi per cui alcuni uomini del Paleolitico avessero, già a quell’epoca, un forte legame emotivo con questi animali.

Per gli autori dello studio, questo cane raffigura la prima certezza nota di un cane tenuto per piacere e affetto, e non per utilità, e che può quindi essere considerato domestico a tutti gli effetti.

“La cura ricevuta quand’era malato e non poteva svolgere attività utili per l’uomo sembra essere stata guidata dalla compassione o dall’empatia.
Il fatto che questo cane sia stato trattato con tale cura rivela molto sul comportamento umano.
Questo legame speciale fra esseri umani e cani sembra essere nato in seguito all’evoluzione del lupo in cane domestico, avvenuta durante il Paleolitico.
Se non fosse stato curato in questo modo il cucciolo non sarebbe sopravvissuto”.

Vicla Sgaravatti
Medico Veterinario
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