OGGI 17 GENNAIO SI CELEBRA S. ANTONIO ABATE PROTETTORE DEGLI ANIMALI DOMESTICI

Lucas van Leyde, 1530

Nato a Coma, nel cuore dell’Egitto, intorno al 250, a vent’anni abbandonò ogni cosa per vivere prima nel deserto e poi sulle rive del Mar Rosso, dove condusse vita anacoretica per più di 80 anni: morì, infatti nel 356, a centocinque anni circa!

Nell’XI secolo le sue reliquie arrivarono in Francia, quando  l’ergotismo, grave intossicazione alimentare dovuta al consumo della farina di segale contaminata da polvere di sclerozi del fungo Claviceps purpurea, (chiamata segale cornuta) decimava l’Europa.

L’avvelenamento si manifestava con disturbi circolatori agli arti fino alla gangrena, oltre a quelli neurologici e alle allucinazioni. Folle di malati arrivavano a venerare le reliquie , soprattutto quelli affetti, appunto da ergotismo. Questo morbo era conosciuto sin dall’antichità come “ignis sacer” (“fuoco sacro”) per il bruciore che provocava.

Per ospitare tutti gli ammalati che giungevano, si costruì un ospedale e venne fondata una confraternita di religiosi, l’antico ordine ospedaliero degli ‘Antoniani’; il villaggio prese il nome di Saint-Antoine de Viennois.
Il Papa accordò agli Antoniani il privilegio di allevare maiali per uso proprio e a spese della comunità, per cui i porcellini potevano circolare liberamente fra cortili e strade; nessuno li toccava se portavano una campanella di riconoscimento.
La loro carne veniva usata per nutrire gli ammalati e il loro grasso veniva usato per preparare emollienti da spalmare sulle piaghe per curare l’ergotismo.

Nel medioevo l’ergotismo era conosciuto con il nome di  “male degli ardenti” per poi  venire chiamato “il male di s. Antonio” e poi “fuoco di s. Antonio”. Sotto tale termine ricadeva anche il meno pericoloso herpes zooster, che in alcuni sintomi coincideva con gli effetti dell’intossicazione.

Per questo motivo, nella religiosità popolare, il maiale cominciò ad essere associato al grande eremita egiziano, poi considerato il santo patrono dei maiali e per estensione di tutti gli animali domestici e della stalla. Sempre per questa ragione, è invocato contro le malattie della pelle in genere.

Nella sua iconografia compare oltre al maialino con la campanella, anche il bastone degli eremiti a forma di T, la “tau” ultima lettera dell’alfabeto ebraico e quindi allusione alle cose ultime e al destino.

Nel giorno della sua memoria liturgica, si benedicono le stalle e si portano a benedire gli animali domestici. In alcuni paesi di origine celtica, sant’Antonio assunse le funzioni della divinità della rinascita e della luce, Lug, il garante di nuova vita, a cui erano consacrati cinghiali e maialii. Perciò, in varie opere d’arte, ai suoi piedi c’è un cinghiale.

Patrono di tutti gli addetti alla lavorazione del maiale, vivo o macellato, è anche il patrono di quanti lavorano con il fuoco, come i vigili del fuoco, perché guariva da quel fuoco metaforico che erano l’ergotismo e l’herpes zoster.

Ancora oggi il 17 gennaio, specie nei paesi agricoli e nelle cascine, si usano accendere i cosiddetti “focarazzi” o “ceppi” o “falò di sant’Antonio”, che avevano una funzione purificatrice e fecondatrice, come tutti i fuochi che segnavano il passaggio dall’inverno alla imminente primavera. Le ceneri, poi raccolte nei bracieri casalinghi di una volta, servivano a riscaldare la casa e, tramite un’apposita campana fatta con listelli di legno, per asciugare i panni umidi.

Il falò con cui lo si festeggia allude anche a una leggenda: Antonio, volendo rubare il fuoco al demonio per riscaldare gli uomini, introdusse un maialino nell’inferno che suscitò un tal putiferio da indurre i demoni a pregare Antonio di riprenderselo. Con la bestiola il Santo prese anche il fuoco mediante il quale incendiò una catasta di legna capace di riscaldare l’intero villaggio.

 

Vicla Sgaravatti
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