IL MEDICO VETERINARIO DI FRONTE ALLA MORTE E AL LUTTO

 

Cani e gatti: scopriamo come vivono un lutto per poterli aiutare a ...
 
 
 
Uno dei momenti più importanti del rapporto del Medico Veterinario con il proprio paziente, e il suo compagno umano, è quello della fine della vita.
 
Tutto quello che c’era da fare è stato fatto, rimangono solo il dolore e il mistero della morte.
 
Alcuni colleghi cedono alla tentazione di essere solo efficienti, veloci e razionali, per tenere la sofferenza distante da loro stessi.
Per me invece è importante accompagnare animali e umani lungo questo passaggio così arduo, dando vicinanza, compagnia ed empatia.
 
A marzo del 2017 c’era stata una interessante conferenza su questo tema a Bologna, con il patrocinio tra gli altri, dell’Ordine Veterinari di Bologna, e dell’Associazione Rivivere.
https://www.clinicacrisi.it/associazione-rivivere/
 
A tenerla era stato il Dr. Prof. Francesco Campione che insegna Psicologia Clinica alla Facoltà di Medicina dell’Università di Bologna.
Inoltre è direttore del Master Universitario in «Tanatologia e Psicologia delle situazioni di crisi» e del Corso di Alta Formazione nell’assistenza psicologica di base al lutto traumatico e naturale.
 
Vi esorto a leggerla, anche se un po’ lunga, attentamente, chi non si è mai trovato a dover affrontare la perdita di un prezioso amico peloso (o anche non peloso)?!
 
 
L'arte di morire - cosa ci insegnano gli animali - Impronte di luce
 
«Il medico veterinario incontra, come qualunque medico, la morte dei pazienti e il cordoglio dei sopravvissuti. E così come l’atteggiamento del medico verso la morte e il lutto varia a seconda di come si concepiscono la vita umana e la sua fine, allo stesso modo, quello del Medico Veterinario verso la morte e il lutto di un animale varia a seconda di come si concepiscono la vita animale e la sua fine.
 
Non si tratta di una semplice analogia, dato che la vita umana e la vita animale sono a tal punto intrecciate e interdipendenti da non poter sfuggire alla necessità di affrontarne le problematiche per confronto. Ed è così da sempre se consideriamo, da una parte, che le tracce della “cura degli animali” e del mestiere di medico degli animali sono antichissime in tutte le culture umane (il babilonese codice di Hammurabi ne parla più di 1700 anni a.c. e i Veda indiani più di 2000 anni a.c.); e che, dall’altra, nei racconti delle origini gli animali vengono quasi sempre affiancati agli uomini:ad esempio nella Genesi biblica, gli animali vengono creati da Dio il sesto giorno della Creazione,insieme quindi all’uomo, e gli vengono portati perché egli attribuisca loro il nome, associando così in senso metaforico Adamo alla creazione (il leone viene creato da Dio come fiera, da Adamo in quanto “leone” allorchè gli attribuisce questo nome).
Per inciso, quanti di noi si sentono delle divinità quando danno un nome ai loro animali identificandoli così come esseri viventi che gli appartengono?
 
Cosa sono dunque la morte e il lutto dell’animale dal punto di vista di chi se ne prende cura, il Medico Veterinario, in confronto a ciò che sono la morte e il lutto per il medico che cura l’uomo?
 
Cominciamo dalla morte e dal medico degli umani che è necessariamente la pietra di paragone per noi uomini.
Per il medico di oggi ,che ha come riferimento la biologia moderna, la morte si identifica col cadavere ed è un fatto naturale,dato che si nasce “morituri” e, finito il ciclo vitale, si deve morire, per garantire da una parte la sopravvivenza della specie, che dipende dall’equilibrio tra nascite e morti, e dall’altra la sua evoluzione, attraverso il rinnovarsi ad ogni generazione delle ricombinazioni genetiche del DNA. Non solo, attraverso la decomposizione del cadavere la materia organica torna inorganica e si trasforma così in “concime” (le cellule di azoto) che alimenta la vita vegetale e, con essa, la fotosintesi clorofilliana che produce l’ossigeno per tutti.
La morte biologica è dunque per l’uomo qualcosa che fa parte della vita, al servizio di essa, e non è tragica se avviene alla fine del ciclo vitale, cioè da vecchi, e senza una lunga agonia.
Se, diversamente, il medico condivide l’insoddisfazione di una parte degli umani rispetto al modello fornito dalla biologia a causa del fatto che esso non garantisce la sopravvivenza di ciò che è prettamente personale (pensieri, sentimenti, esperienze, biografia) ma assicura solo una trasformazione della materia nell’anonimato, concepirà la fine della vita come una tragedia, dato che essa annulla definitivamente facendola cadere nel nulla, appunto, la parte personale di ognuno. Quando la morte viene concepita così, si può opporvi come rimedio o la ricerca di una sorta di onnipotenza che mira ad alimentare nel medico il desiderio di riuscire sempre a salvare la vita dei malati a prescindere dalla sua qualità, oppure la fede in qualche tipo di sopravvivenza, in un altro mondo o nel ricordo di chi resta attraverso le tracce lasciate da chi muore. Il medico può allora,come tutti, concepire la morte non solo come biologica trasformazione della materia, ma anche come annullamento o come passaggio ad un’altra vita.
Nel primo caso il suo ruolo sarà quello di un tecnico mirante ad allungare il più possibile la vita e a renderla il più possibile di buona qualità, negli altri due casi si impegnerà anche a curare l’angoscia del nulla (con tutte le sue conseguenze psicologiche) e ad alimentare la speranza di vita fino all’ultimo istante ed oltre.
C’è anche un’altra alternativa, in verità la più “razionale”, cioè quella del medico che di fronte alla morte scopre di non sapere abbastanza per decidere cosa essa sia, né in base alla sapienza biologica né in base alla certezza di salvezza delle fedi o alla speranza di salvezza delle consolazioni.
Ora il medico di fronte alla morte si confronta con un mistero che rende solo parzialmente vere tutte le altre opzioni e può diventare una figura dell’aiuto a desiderare di svelarlo, il mistero, perché nella sua incertezza esso ci dice che potrebbe esserci nella morte anche qualcosa di buono.
 
Per il medico, quindi, la morte del paziente può essere: o tanto meno tragica quanto più è naturale, se viene concepita come un fenomeno prevalentemente biologico; o sempre tragica se annulla una persona unica e insostituibile; o tragica ma con un rimedio, terreno (il ricordo) o ultraterreno (la sopravvivenza nell’aldilà), se c’è una qualche fede salvifica; oppure tragica e al tempo stesso non tragica come può essere qualcosa di misterioso il cui bene e il cui male dipendono da quanto forte è il desiderio benefico di svelare il mistero.
 
Se consideriamo ora cosa accade al Medico Veterinario di fronte alla morte dell’animale, potrebbe sembrare che le cose si semplifichino alquanto, dato che è molto più facile pensare (fondatamente) che la morte dell’animale sia sempre un fatto naturale e quindi che essa sia meno tragica di quella umana: a meno che non si possa sostenere che quando muore un animale muoia una “persona” unica e insostituibile in grado di angosciarsi per l’incombente annullamento della morte, in grado di concepire fedi (l’aldilà o il ricordo) che rimedino all’annullamento della morte garantendo qualche forma di sopravvivenza,o in grado di intuire il mistero della fine della vita.
 
L’animale ha ovviamente “paura di morire” ma non può concepire il “concetto” di morte, come mostrano, rispettivamente, i segni del panico nell’animale che fugge da una minaccia o quelli del distress grave nelle situazioni di lotta per la vita; così come il mostrare la giugulare del lupo che si arrende, e non potrebbe usare questo segno di sottomissione se sospettasse che il nemico vittorioso potrebbe veramente ucciderlo.
L’animale non ha il concetto del nulla non avendo accesso, come diceva Freud, al pensiero simbolico e alla cultura (1): il concetto del nulla non appare, nell’uomo stesso, all’inizio della storia umana bensì ad un certo punto della stessa evoluzione della cultura umana e ha come base lo stadio finale dello sviluppo intellettivo dell’uomo, quello del pensiero ipotetico-deduttivo. Prima, infatti,di poter ipotizzare l’alternativa tra qualcosa e il nulla bisogna liberare il pensiero dal suo legame con la concretezza della stimolazione riflessa e dell’esperienza.
Se si pensa che un cane, l’animale che più studia da uomo, raggiunge si e no l’età mentale di tre quattro anni, si comprende come il nulla e la sua angoscia siano precluse, alcuni dicono per fortuna, all’esperienza animale.
Men che meno si può sostenere che l’animale morendo abbia accesso a quell’ orizzonte di mistero che ha indotto e induce l’uomo ad immaginare un aldilà per colmarne l’inaccessibilità pratica: gli animali di conseguenza non seppelliscono i morti, non costruiscono piramidi, non hanno riti funebri, etc.
 
E tuttavia il veterinario di fronte alla morte dell’animale può non essere sempre di fronte ad una morte naturale, poiché l’animale che muore può essere una persona unica e insostituibile per il suo padrone (impersonando certi aspetti di sé che si rispecchiano nell’animale, e allora forse non bisognerebbe chiamarlo nemmeno “padrone”); può essere un animale carico di significati simbolici che alludono a qualche aldiqua o aldilà (ad esempio gli animali totemici in certe culture o nella nostra certe scelte di animali che si fanno perché suscitano in noi nostalgie di tempi passati o ricordano persone assenti o morte); può essere egli stesso, l’animale, un simbolo del mistero per chi lo possiede (come certi gatti amati per la loro enigmaticità o certi serpenti che alludono al mistero dell’invisibile profondità sotterranea).
 
Tutto ciò vale ovviamente anche per gli uomini, ma c’è una differenza:agli uomini si può chiedere se sono d’accordo o no di essere considerati in un modo o nell’altro, agli animali non è necessario chiederlo. Gli animali abitano un mondo “altro”(altro nella sua diversità qualitativa perché senza oggetti utilizzabili fatti dall’animale) rispetto a quello umano:sempre per confronto, il nostro è un mondo naturale e insieme culturale e anche il loro, solo che gli animali sono “ospiti” di una cultura che non hanno concepito e costruito loro. Complicatissimo! Per loro e per noi.
Ma ne lascerò inesplorate le conseguenze in questa sede.
 
Siamo arrivati al lutto: il medico si trova di fronte nella morte dei pazienti a due dimensioni del lutto,quella del lutto per la propria morte e quella del lutto per la morte del caro; il veterinario si trova di fronte, nella morte degli animali, ad un lutto solo, quello della morte di un altro: quello dei padroni per la morte dei loro animali e quello dell’animale per la perdita del suo padrone.
A quest’ultimo proposito si favoleggia della fedeltà di animali che elaborano il lutto per il loro padrone aspettandolo per anni, ma si tratta semplicemente del fatto che, come per il bambino di tre anni, la morte è per il cane, che raggiunge circa questa età mentale, reversibile, vale a dire che il cane può aspettare per anni un padrone perché se gli potessimo dire che il padrone è morto penserebbe solo che è assente e che potrebbe tornare (perché non aspettarlo se si è legati a lui da un legame di attaccamento dipendente fino a quando non si trova qualcuno con cui sostituire il padrone soddisfacendo gli stessi bisogni biologici del precedente legame?).
D’altra parte, il bambino che a tre anno aspetta che il nonno morto torni, a 5 non lo aspetta più perché si è evoluto intellettivamente.
 
Viviamo tuttavia in un’epoca in cui il lutto umano per la propria morte tende ad essere oscurato da due fattori:
I- l’uomo viene assimilato al regno animale, come l’ultimo anello della catena evolutiva, e tende ad imparare a disinteressarsi o a distrarsi dalla morte (cioè del dopo) per interessarsi del morire (cioè delle fasi terminali e della relativa qualità della vita), e ciò esprime come una sorta di “animalizzazione” in atto, dato che anche gli animali si possono preoccupare della perdita della qualità della vita fino agli ultimi istanti anche se non sono in grado di chiamare morire le fasi terminali;
II- con la crisi del rimedio dell’aldilà e del ricordo (che però tende a ritornare attraverso la mole di tracce che si possono lasciare a chi resta morendo nel web), la sopravvivenza non è più sicura e l’uomo tenta di non angosciarsi di fronte all’annullamento della morte, di nuovo distraendosi dal suo pensiero e accettando di accontentarsi della qualità della vita possibile attraverso le cure palliative che l’analgesia consente.
 
Il medico degli umani diventa così una specie di vMedico Veterinario sempre più frequentemente confrontato con una morte naturale, senza angoscia del nulla, senza fedi e senza mistero. Tramite il web le cose fra poco cambieranno e tornerà in auge l’idea che la morte non è un annullamento della persona, dato che le sue tracce lasciate in rete saranno tali e tante da dare la sensazione di poter ricostruire la personalità di chi non c’è più.
Ma di questo parleremo tra qualche anno.
 
Per entrambi (medico e veterinario) però tutte le dimensioni del rapporto con la morte tornano attraverso il lutto, cioè quando bisogna aiutare coloro che restano ad elaborare il lutto per la morte del caro.
 
Per chi resta infatti la morte non è altro che l’indebolimento, la crisi o lo sciogliersi del legame che si intratteneva con chi non c’è più. E qui non c’è alcuna differenza tra la morte dell’uomo e quella dell’animale. In entrambi i casi infatti, il processo di elaborazione del lutto ha uno scopo, e cioè la crisi del lutto raggiunge la sua risoluzione, sulla base di mete differenti a seconda di quale tipo di legame prevale (2).
 
Sia per l’uomo che per l’animale i legami affettivi sono di tre tipi: ci si può legare in modo prevalentemente biologico, in modo prevalentemente personale o in modo prevalentemente umano o sociale.
Il legame però tra uomo e animale è biunivoco solo quando l’uomo si lega all’animale in modo biologico, altrimenti l’animale si lega sempre biologicamente ad un umano che si lega all’animale (in prevalenza) personalmente o umanamente.
 
1- Il legame biologico è strumentale o di attaccamento, serve cioè a stare bene, a soddisfare bisogni oggettivi (di mangiare, di bere, di dormire, di procreare, di avere compagnia, di sicurezza, etc.) ed è basato sulla conoscenza reciproca e sullo scambio.
2- il legame personale serve a soddisfare bisogni soggettivi (essere se stessi,sentirsi se stessi o stare bene con se stessi), è basato sul riconoscere l’altro attraverso i propri vissuti e sull’assimilazione dell’altro a sé facendolo diventare parte di sé.
3- il legame umano è disinteressato (o non è detto che serva a qualcosa, o serve a stare bene con gli altri) e si basa sulla progressiva approssimazione all’altro tramite il desiderio di farlo felice (2).
 
Il legame che accomuna animali e uomini è palesemente il legame di attaccamento. Quanto agli altri due (di assimilazione e di approssimazione) si possono dare legami tra un animale che si lega biologicamente e un uomo che si lega personalmente e legami tra un animale che si lega biologicamente e un uomo che si lega umanamente.
 
Farò ora alcuni esempi tratti dall’esperienza personale e da quella professionale dell’aiuto a chi ha perso un animale attuata dall’’associazione Rivivere tramite un servizio on line ad hoc o nel Progetto rivivere per le persone in lutto umano allorchè, e si verifica frequentemente, ci sia la concomitanza di un lutto umano e un lutto animale.
 
I – Da bambino vivevo con due gatti. Dico vivevo e non che li ”avevo” perché erano selvatici, come si lasciavano essere una volta perché dovevano prendere i topi. I miei genitori erano molto affezionati a questi due gatti perché facevano il loro mestiere, il loro legame con questi animali (a cui non era stato dato neanche il nome) era biologico e i due gatti erano grati del cibo e del calore dei bracieri vicino ai quali si accoccolavano d’inverno.
C’era uno scambio armonico e si andava d’accordo. Poi abbiamo cambiato casa e i gatti non siamo riusciti a portarli con noi perché sono scappati sul tetto appena abbiamo tentato di prenderli. E’ stato a questo punto che mi sono accorto che non ero legato ai gatti come i miei: loro infatti si sono dispiaciuti ma hanno cercato altri gatti senza nome per prendere i topi nella nuova casa,io piangevo perché volevo proprio quei due gatti con cui avevo passato l’infanzia pur non avendoli mai sfiorati: per me erano insostituibili e gli altrui due che i miei hanno preso per tanto tempo non li ho potuti soffrire.
Per me erano persone, per loro non eravano persone, e non sono più tornati perché si sono persi o perché non hanno più avuto bisogno di noi. Per me questo lutto ha condizionato per tanti anni il mio rapporto con gli animali.
 
II – Anche Giorgia era legata ai suoi gatti personalmente: da quando li ha visti li ha voluti (amore a prima vista) perché si è sentita speciale, allo stesso modo di come era legata alla sorella malata che la faceva sentire speciale. Quando è morto il primo gatto aveva ancora l’altro gatto e la sorella, e questa morte non è stata così tragica perché ha riversato tutto l’amore su di loro e ha continuato a sentirsi speciale. Poi è morta la sorella ed è stato tragico, ma Giorgia ha potuto riversare tutto l’amore sull’altro gatto e continuare a sentirsi speciale. Quando anche l’altro gatto è morto Giorgia è andata profondamente in crisi:chi l’avrebbe fatta sentire speciale come prima?
 
III – Italia è una volontaria del canile, e come Luisa la gattara, non fa differenze tra un animale e l’altro, vuole bene a tutti nello stesso modo e quando se ne aggiungono altri li accudisce cioè cercando di dare loro il massimo.
Per Italia e per Luisa la morte di un animale è sempre commovente ma non perché si perde qualcosa o qualcuno perdendoli, bensì perché non si può più dare agli animali morti, ma soprattutto perché questi hanno perso, ciò che si dava loro prima.
E così Italia e Luisa quando accudiscono un nuovo animale lo fanno dedicando l’accudimento agli animali morti.
 
IV – Riporterò infine a grandi linee i contenuti di una consulenza on line.
 
P.: “Buongiorno, ho trovato cercando su internet, la vostra associazione, e mi sono iscritta al supporto di consulenza online per assistenza psicologica. Sto passando un periodo difficilissimo, causa una malattia riscontrata al mio cane. Questa cosa mi ha stravolto l’equilibrio, e mi rendo conto che sto facendo una fatica enorme ad avere un po’ di serenità. Questa ovviamente è in due righe la spiegazione del mio stato d’animo. Pertanto se è possibile avere un po’ di conforto, con messaggi riservati, da uno dei vostri consulenti, credo mi sarebbe di grande aiuto. Grazie. P.R.”.
 
F.: “Gentile signora P., avrei bisogno che Lei mi raccontasse un po’ più approfonditamente qual è il suo stato d’animo in questo “periodo difficilissimo” dovuto alla malattia del suo cane. Quali sono i suoi sentimenti dominanti in questo momento? Qual è il suo legame con l’amico del cuore a quattro zampe? (A proposito come si chiama, di che razza è, qual è la sua storia, che malattia ha?). Una cosa tuttavia gliela posso dire subito: la morte non si porta via del tutto i nostri cari! A presto. Un cordiale saluto. F. C.”.
 
P.: “Gentile dottore, la ringrazio per la cortese risposta. Le descrivo un po’ più dettagliatamente il momento difficile che sto vivendo. Da cinque mesi a questa parte, da quando al mio amato cagnolino è stata riscontrata un’insufficienza renale… io sono un su e giù di emozioni, di pensieri, di cambiamenti di umore. Stiamo facendo tutto quanto è in nostro potere fare, siamo assistiti da una clinica veterinaria di eccellenza qui a Bologna. Lui è un cagnolino molto bello, dolce, affettuoso e sempre felice. Un cocker che si chiama Picasso. La dottoressa che lo segue, dice che è importante stabilizzare la malattia, ed è quello che stiamo cercando di fare. Ma sappiamo benissimo che non è semplice e senza dubbio non ci sono garanzie di alcun tipo. Pertanto, da qui viene il mio umore e stato d’animo ballerino. In alcune giornate riesco ad essere più positiva, più intraprendente, in alcune giornate invece mi sale un’ansia incontrollabile e soprattutto una grande e dolorosa tristezza. Diciamo che è come se io stessi elaborando un qualcosa che di fatto non è ancora avvenuto. Ho la fortuna di avere un marito e dei genitori molto comprensivi, e tutti innamorati del cagnolino. Ma ovviamente ognuno vive la cosa a modo suo e ognuno ovviamente deve cavarsela da solo. Purtroppo chi è più colpita da questo problema sono io, in quanto in simbiosi con il cane. Oltretutto io lavoro part time, pertanto passo tutti i pomeriggi con lui. Questo un po’ più in dettaglio… il mio stato d’animo…
 
F.: “Gentile Signora P., come sta Picasso? Ora che mi ha scritto più dettagliatamente il suo stato d’animo, Le posso dire che l’altalena di speranza e di tristezza che Lei sta vivendo in questa fase è assolutamente normale. Ci si può però, andando un po’ più al di là delle proprie emozioni, preparare a ciò che verrà (il più tardi possibile!). Le sembrerà un suggerimento un po’ difficile da seguire, ma se mette in conto, cominciando da ora, anche il peggio, rafforzerà la speranza che accada il più tardi possibile. Avrà certamente così facendo dei momenti brutti ma avendo attorno persone care e comprensive potrà parlarne con loro (non si reprima!) e ciò Le darà sollievo. In particolare, rifletta sulle tre possibilità classiche dell’elaborazione di un lutto:
 
I) procurarsi dopo Picasso un altro “grande” da amare (non importa se Leonardo o Michelangelo);
II) far vivere nel proprio cuore Picasso e continuare ad amarlo;
III) fare ogni tanto quello che faceva con Picasso.
 
Questa riflessione Le farà sentire più significativo ogni istante della vita di Picasso e costituirà una buona base per prepararsi anche al peggio. In attesa di una Sua risposta anche “arrabbiata”. Un cordialissimo saluto. F. C.
 
P.: “Dottore, il mio Picasso non c’è più. Domenica 4 ci siamo dovuti far forza… e lasciarlo volare in cielo. E’ straziante. Io sono straziata. Vivevo con lui praticamente la maggior parte della giornata, facevamo tutto insieme. Per me era il mio bambino. E ora mi manca… mi manca come l’aria. Non riesco a stare più tanto tempo a casa, perché in ogni angolo lo cerco. Cerco anche il suo odore. E vorrei tanto sognarlo, ma non ci sono ancora riuscita. Mi piacerebbe provare meno dolore (dolore anche fisico… dentro al petto e nel cuore)… ma sono come paralizzata. Penso a lui e piango. Vorrei riuscire ad imparare piano piano ad elaborare questo lutto… facendo vivere Picasso nel mio cuore (dal quale non uscirà mai)… ma pensarlo ed amarlo con meno sofferenza. Sono arrabbiatissima… sono arrabbiata nera (per non dire altro di più volgare) perché non è giusto che un dolcissimo cagnolino, felice, amorevole… come era il mio Picasso… si sia ammalato cosi gravemente. Come non è giusto che i bambini si ammalino cosi gravemente… Perché succedono queste cose cosi brutte? Le chiedo, come posso cercare di vedere Picasso in un altro modo che non sia quello materiale? Può darsi in effetti che un altro amico a quattro zampe mi possa aiutare… al tempo stesso sono combattuta… parto già prevenuta, che tanto non sarà mai Picasso. Grazie dottore, mi ha detto cose veramente belle e utili.. Le chiedo ancora altre parole di conforto… e suggerimenti su come riuscire a farmi forza…
 
P.: “Gentile Signora P., mi dispiace di essere stato premonitore rispetto alla perdita del suo amico. Da quello che Lei mi dice le vie di elaborazione di questo lutto sono due e possono essere coordinate tra loro:
 
I) Picasso non muore del tutto perché vive nel suo cuore e quindi è insostituibile;
II) la mancanza fisica di Picasso può essere colmata da un altro amico a quattro zampe e non c’è niente di cui vergognarsi perché, appunto, c’è una parte di Picasso che non può essere sostituita. D’altra parte ciò che è “materiale” colma i bisogni fisici e non può farlo se si tratta di un essere che non vive più. Ecco dunque quella che potrebbe essere la soluzione: Picasso è insostituibile nel suo cuore e sostituibile nella realtà esterna. Un altro amico da avere attorno ,piano piano, le entrerà nel cuore e nel suo “dentro” Picasso e il nuovo amico giocheranno insieme. Auguri di Buone Feste. Un cordialissimo saluto. F.C..
 
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In sostanza lo scopo del lutto potrebbe essere:sostituire se il legame era biologico anche da parte dell’uomo, far vivere dentro di sé o nel ricordo o in paradiso (un famoso racconto indiano parla di un personaggio che rifiuta di andare in paradiso finchè non gli consentono di portare anche il suo cane), continuare a vivere anche per lui, ad esempio realizzando gli “insegnamenti” appresi dalle virtù del proprio cane o dedicando anche a lui le cure riservate ad un altro cane.
 
In conclusione, con una buona formazione psicologica un Medico Veterinario potrebbe mettersi in empatia con il sopravvissuto umano in lutto, individuare il tipo di legame che intratteneva con il suo animale e aiutarlo ad elaborare il lutto secondo lo scopo specifico derivante dal legame messo in discussione dalla morte.
Ciò gli potrebbe consentire di “capire” le intenzioni dei padroni in lutto,ad esempio perché possono essere non pronti, pronti o prontissimi a fare l’eutanasia al proprio animale,o perché spesso vorrebbero fare cose che sembrano personali o umane.
Potrebbe, il Medico Veterinario, individuare anche le situazioni in cui c’è qualche ostacolo nell’elaborazione del lutto (ad esempio quando si vuole fare qualcosa di difficile o impossibile,o c’è un trauma da superare) e in tal caso inviare la persona ad uno psicologo esperto nei processi di elaborazione delle perdite, ad esempio all’Associazione Rivivere.
La funzione del Medico Veterinario in tal caso acquisterebbe chiaramente in importanza ed utilità.
 
Non posso concludere questo intervento senza citare le situazioni in cui l’elaborazione per la perdita di un animale può venire ostacolata dal fatto che la perdita dell’animale avviene in modo traumatico (Il gatto va sotto una macchina, muore per i maltrattamenti subiti, perché viene abbattuto, etc.).
 
Vorrei soffermarmi sull’esempio più drammatico, quello in cui il legame con l’animale da parte di un umano riguarda la parte negativa dell’animalità, cioè la bestialità.
Ci sono coloro che si legano ad un animale perché è, o, l’hanno fatto diventare una belva feroce (a scopo di difesa o altro, da indagare da caso a caso), e quando muore devono elaborare il lutto traumatico, ad esempio perché sono stati abbattuti dopo aver sbranato un bambino o situazioni simili. Non sempre cioè il legame tra l’uomo e l’animale porta a rapporti sani e quindi a lutti normali, dato che l’animale, come dice Freud è privo d’odio (3) e però può essere addestrato al male o indotto dall’inselvatichirsi a fare del male.
C’è in sostanza chi si può legare ad un animale non per sentirsi speciale o indispensabile o umano ma per sentirsi feroce. Ora l’uomo si serve dell’animale come strumento di violenza, per diventare attraverso di esso più animale dell’animale stesso: ci sono legami tra uomini e animali che invece di personalizzare e umanizzare l’animale animalizzano (o meglio bestializzano l’uomo).
In questi casi l’unico rimedio che l’uomo ha intravisto fin qui per superare la crisi distruttiva del lutto di chi si imbestialisce diventando come l’animale dopo che è morto, è la via dei santi monaci indicata da Guidalberto Bormolini nel suo bel libro (4).
 
In questi lutti ci si può trovare di fronte ad un’identificazione distruttiva con la belva (tanto cinema ne dà espressione) che solo di fronte ad un Santo può essere ammansita, perché i Santi hanno il “profumo di Adamo”, quel profumo che Adamo aveva nell’eden quando Dio gli ha portato le bestie feroci e mansuetamente si sono fatte imporre il nome.
C’è poi l’altra tradizione,quella laica, a cui come abbiamo visto aderisce anche Freud secondo la quale gli animali sarebbero “buoni” ed è l’uomo ad essere considerato intrinsecamente cattivo.
Machiavelli dice: “Non fa l’un porco all’altro porco doglia, l’un cervo all’altro. Soltanto l’uomo l’altruomo ammazza crocifigge e spoglia”.
È proprio vero? Dove la mettiamo la gatta che si mangia i suoi cuccioli o il leone che si mangia i cuccioli di una cucciolata non sua? Gli animali sono innocenti, fanno male solo per istinto e quindi vanno sempre perdonati? La violenza intraspecifica degli uomini è peggiore di quella extraspecifica dell’animale (la violenza di un uomo su altro uomo è, ad esempio, peggiore di quella del leone su una zebra)?
 
Sono i problemi di fronte ai quali si possono trovare un Medico Veterinario o uno Psicologo quando devono aiutare qualcuno ad elaborare un lutto traumatico per la morte di un animale. Ma qui si prospetta una dimensione completamente diversa: quella della collaborazione tra il Medico Veterinario e lo Psicologo quando l’uomo si trova di fronte al “male” della bestialità dell’animale feroce o di quello altrettanto feroce che può essere dentro di noi. Il tema di un altro incontro. Grazie.»
Il mio cane è morto, non ne voglio mai più un altro": lettera ad ...
Bibliografia
 
1.E.Roudinesco,Sigmund Freud nel suo tempo e nel nostro,Trad.it. Einaudi,Torino,2015,pagg.255-256
 
2.Campione,Lutto e desiderio,Armando editore,Roma,2012
 
3.E.Roudinesco,Sigmund Freud nel suo tempo e nel nostro,op.cit.,pagg255-256
 
4.G.Bormolini,I Santi e gli animali( l’Eden ritrovato),Libreria editrice fiorentina,Firenze,2014
 
 
 
 
 
 
Vicla Sgaravatti
Medico Veterinario
via Rembrandt 38- Milano
02 4009 1350
martedì e giovedì 15-19
sabato 9,30-12,30
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