COPIA ORIGINALE Can You Ever Forgive Me?.

di Marielle Heller

 
Con Melissa McCarthy, Richard E. Grant, Dolly Wells, Jane Curtin, Ben Falcone.
Drammatico- USA 2018
 
 
Gli animali sono diventati più bravi a recitare? - Il Post
 
 
 
Lee Israel, (Melissa McCarthy), esperta biografa di scrittori, collabora con una rivista letteraria a New York tra gli anni ’70 e ‘90. La donna è sgarbata e maleducata e questo le costa il licenziamento in tronco.
Lee vive con una gatta, Towne, dai gusti apparentemente sofisticati che è l’unica con cui sa essere gentile e premurosa, e si trova improvvisamente a dover fronteggiare scadenze e bollette.
L’editrice che ha pubblicato una sua biografia non vuole aiutarla. Lee ha anche problemi di dipendenza dall’alcol.
Solo quando scopre che non può permettersi le cure veterinarie riscopre il proprio talento falsificando lettere autografe di grandi scrittori americani del passato…
In un bar incontra Jack, (Richard Grant), un tizio pieno di sussiego che Lee aveva incontrato in una festa, dove lui ubriaco o in un improvviso slancio di “creatività” aveva orinato dentro un armadio.
Potrebbe essere l’inizio di un sodalizio per procurarsi soldi da gestori di librerie con false dediche di scrittori su libri ormai esauriti o loro lettere autografe vere o contraffatte …
 
Colpisce nel film la ricostruzione dell’atmosfera letteraria newyorchese che racconta la storia di emarginati che si aggrappano a precarie ciambelle di salvataggio per non scivolare definitivamente nella povertà e nell’oblio.
I dialoghi tra Lee e Jack sono sboccati, mentre quelli tra Lee e Anna, proprietaria di una libreria (le confessa di aver scritto anche lei racconti e muore dalla voglia di sottoporli al giudizio critico ed esperto di quella che ormai le appare come un’amica) risultano raffinati e colti.
La biografa è ruvida e “non ama la gente”, non le interessa chi incontra e neanche fare sesso, ma una lampadina si accende se si può guadagnare per mezzo di estranei.
Solo per la gatta malata è disposta a fare sacrifici economici.
 
Non può piacere un personaggio così egocentrico, questa donna goffa e non bella, eppure se ne subisce il fascino per la sua capacità di conoscere a menadito il carattere, il modo di scrivere ed inventare, le frasi ricorrenti di tanti scrittori – ad esempio la Parker col suo ripetuto: “Potrai mai perdonarmi?”-.
 
Tratto dalla sua autobiografia, il film racconta la vera storia di Leonore Carol “Lee” Israel (1939 – 2014) ed è stato girato nel 2018, a quattro anni dalla morte della scrittrice.
 
Ottimo film, recitato benissimo, ha ottenuto:
3 candidature a Premi Oscar ( alla Migliore Attrice Melissa McCarthy, al Miglior Attore non Protagonista Richard E. Grant, alla Miglior Sceneggiatura non Originale)
2 candidature a Golden Globes,
3 candidature a BAFTA,
ha vinto un premio ai Razzie Awards,
3 candidature a Critics Choice Award,
2 candidature a SAG Awards,
ha vinto 2 Spirit Awards,
ha vinto un premio ai Writers Guild Awards
 
“Hanno sempre un loro perché i film americani -molti- che finiscono in tribunale. Non i film stessi, naturalmente, ma la loro diegesi: il pathos raggiunge il suo culmine davanti a un “vostro onore”, estraneo al linguaggio giuridico italiano, eppure così familiare, consolidato da cento visioni cinematografiche; il protagonista dispiega davanti alla corte un contenuto morale che ci sorprende o ci rassicura nelle nostre convinzioni, l’istituzione diventa un luogo al contempo pubblico e privato, il discorso al suo interno un discorso sulla stessa democrazia e sull’individuo che ne partecipa.
Copia Originale non è un legal movie, ma è in un’aula di tribunale che ci consegna un personaggio altrimenti defilato, sfuggente, ci consente l’empatia con la sua solitudine fino ad allora risolta con dispettosa misantropia, ci racconta la sua fragilità chiedendoci il perdono invocato nel titolo originale “Can you ever forgive me?” (Potrete mai perdonarmi?) senza retrocedere sulla sua ambiguità: la frase, attribuita a Dorohty Parker in uno dei falsi stilati a regola d’arte da Lee Israel (Melissa McCarthy) invoca un perdono letterario, retorico: proprio come la protagonista, davanti al giudice, si confessa in un discorso che non fa una piega -l’avvocato, dopo un brivido iniziale la lascia procedere-, un monologo perfettamente confezionato che termina con l’accettazione della pena, qualunque essa sia (Israel nella realtà affermò di non essersi mai sottoposta al programma di riabilitazione dall’alcolismo) e con la ripresa della penna -anche se siamo nell’era delle macchine da scrivere- con un’autobiografia.
La scrittrice Lee Israel, caduta in disgrazia nell’85 dopo aver gettato discredito su Estée Lauder con una biografia non autorizzata, torna in auge narrando se stessa.
La sua storia, con poche alterazioni di sceneggiatura, approda sul grande schermo per la regia di Marielle Heller (Diario di una teenager, 2015) a quattro anni dalla sua morte.
Pare che Israel abbia davvero affermato che le lettere, falsi letterari o copie “originali” sostituite a quelle autentiche, siano state il suo lavoro migliore; constatazione di ironico compiacimento e criminale amarezza che ricorda quel “Talented” Mister Ripley che affermava “meglio essere un finto qualcun altro che un’autentica nullità”: è qui che la questione dell’identità e dell’abilità nel produrre qualcosa di falso si intrecciano alla questione della “riproducibilità”, e la creazione finzionale diventa discorso squisitamente cinematografico, non reale tuttavia realistico, e la storia raccontata entra nell’alveo di un certo cinema rétro contemporaneo che ripensa un tempo perduto con collezionistica nostalgia e, come la crème de la crème degli intellettuali newyorkesi cade nell’inganno delle falsificazioni di Israel, per stupidità e desiderio di tenere in vita un autore del passato tramite i suoi carteggi, così cediamo all’illusione di un cinema tramontato per nutrire il bisogno di far rivivere un’epoca e un modo di fare film che non esistono più; è il caso di Old man and the gun, anch’essa storia di un fuorilegge scomparso negli anni 2000 che ha vissuto secondo le proprie regole e a discapito degli altri, finché ha potuto.
A volte la vita oscilla tra la necessità impellente di affermare se stessi e quella di pagare le bollette. Fra l’una e l’altra cosa, c’è spesso un gatto. Quello di Israel, sfortunato, apparteneva a un tempo che ancora non conosceva il trionfo felino dell’internet, ma la solitudine per cui si può affermare di essere stati amati, nella vita, solo da un animale domestico, non è estranea forse ad alcuna epoca, pur se si presta drammaticamente alla presente (anche il cuore d’avvocato del problematico Turturro della serie The Night Of, 2016, sembra cedere solo di fronte a un gatto senza nessuno, senza neanche un nome, emerso da una scena del crimine nella notte newyorkese: segno di un tempo sospeso, di decisioni da procrastinare). Le sorti di un uomo, di una donna, di un animale, forse di intere nazioni paiono legate a un colpo di coda e le città, sognate, sono relegate al ruolo di sfondo, come la New York del film, dipinta, jazzata, letterata, indifferente, perfetta, in una parola: cinematografica. Si affianca alla scrittrice un viveur britannico dagli occhi azzurri (Richard E. Grant), amico fanfarone, disincantato senza ritegno, che esagera, sbaglia, ma sopporta e, soprattutto, ha stile. Potremo perdonarlo?
Potremo mai perdonarti, Lee Israel, per aver consegnato alla realtà un altro po’ di credibili bugie che mistificano il mondo dell’arte e dell’intelletto, perché avevi bisogno di soldi e soddisfazione? Il fine giustifica i mezzi? Come non disse mai Niccolò Machiavelli.”
Recensione di Alessia Astorri su spietati.it
Copia originale, cast e trama film - Super Guida TV
 
al seguente link potete vedere il trailer:
https://www.youtube.com/watch?v=jvjZo4FmTcA
 
 
 
 
Vicla Sgaravatti
Medico Veterinario
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