KONRAD LORENZ

 
 
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Ricorre oggi l’anniversario della morte di Konrad Lorenz, universalmente riconosciuto come il padre dell’etologia, avvenuta nel 1989.
 
Nacque a Vienna nel 1903, era l’ultimo figlio di una famiglia benestante, che gli fece frequentare le migliori scuole fino a laurearsi in medicina a Vienna nel 1928. La sua passione erano però gli animali che imparò a conoscere e amare nella villa di famiglia ad Altenberg, dove morì, e fu così che intraprese quindi anche gli studi di zoologia, laureandosi nel 1933.
 
Sin da fanciullo, egli condivise il profondo interesse per gli animali con Margarethe Gebhardt, una vicina di casa poco più grande di lui, che sposò nel 1927, anno in cui, spronato da lei, pubblicò “Osservazioni sulle Taccole”, opera pensata all’inizio come semplice raccolta di appunti personali.
 
Egli studiò gli animali perché li amava profondamente dedicando la propria vita alla loro osservazione e, nel 1973, ottenne il premio Nobel per la Medicina e la Fisiologia, insieme all’olandese Nikolaas Tinbergen (per gli studi su vespe e gabbiani) e al tedesco Karl von Frisch (per gli studi sugli usi delle api), per i suoi studi sul comportamento animale.
La motivazione diceva così: «Per i loro studi incentrati sull’organizzazione dei modelli comportamentali individuali e sociali degli animali».
 
 
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Si deve a lui la scoperta dell’apprendimento precoce, o imprinting, in uccelli e mammiferi, grazie alla profonda attenzione che gli permise di sviluppare in pieno la sua notevole intuizione nella comprensione dei segnali e nella decifrazione del linguaggio silenzioso degli animali.
 
Infatti, nell’introduzione del suo famoso libro ” L’ Anello di Re Salomone” del 1949 ( a chi non lo avesse letto, lo consiglio vivamente, molto interessante e appassionante!) scrisse:
«Lo studio degli animali esige una familiarità così immediata con il mondo animale, ma anche una pazienza così disumana, che non basterà a sostenerlo il solo interesse teorico se mancherà l’amore».
Intende che, per studiare gli animali, non basta accostarli con spirito scientifico, né osservarli di nascosto pazientemente per giorni registrandone su un taccuino il comportamento; ci vuole anche una buona dose di simpatia e di complicità, che permetta all’osservatore di mettersi sul loro stesso piano.
 
 
 
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Lorenz rispettava molto gli animali e cercava di allevarli nella massima libertà. Il suo metodo consisteva nell’osservare le bestie nel loro libero scorrazzare, il più lontano possibile da costrizioni o divieti, riuscendo così a individuarne meglio il comportamento naturale.
Questo approccio era ben diverso da quello adottato negli stessi anni da B. Frederic Skinner negli Stati Uniti e Ivan P. Pavlov in Russia che osservavano l’animale in laboratorio, sottoponendolo a una serie di stimoli e misurandone le diverse risposte.
 
Konrad Lorenz dal 1935 al 1938 studiò a fondo una specie di oche (Anser anser) e le sue osservazioni gli fecero ritenere che un anatroccolo, già appena nato, fissi e memorizzi nella sua mente l’immagine dell’essere che vede per primo: quella della propria madre. Questo fa sì che sia spinto a seguirla e ad apprenderne gli insegnamenti.
In un suo celebre esperimento Lorenz fece in modo di essere lui la prima immagine davanti a un’ochetta neonata: avvenne così che la piccola (chiamata Martina) cominciò a pedinarlo e a cercarlo ovunque, come se fosse lui la sua vera madre. Questa forma di apprendimento precoce (imprinting), presente negli uccelli, fu poi studiata anche in altri vertebrati, soprattutto nei mammiferi. La scoperta di Lorenz aprì la strada a una serie di fondamentali studi etologici, tra cui la distinzione tra comportamenti innati e acquisiti.
 
 
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Fu inoltre un buon divulgatore scientifico e scrittore di argomenti filosofici
 
Lorenz, sempre circondato dai suoi amici animali, all’inizio degli anni Quaranta si dedicò all’insegnamento universitario e, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, si arruolò nell’esercito tedesco. Nel 1944 venne catturato dai Russi e inviato in un campo di concentramento, dove restò fino al 1948. Al suo rientro in Austria, riprese i suoi studi e scrisse molti altri libri, “E l’uomo incontrò il cane” (1950), “Il cosiddetto male” (1963), “Il declino dell’uomo “(1983), “Salvate la speranza” (1988).
 
 
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Lorenz fece importanti considerazioni in merito all’aggressività animale e umana: egli sosteneva che fosse una caratteristica intrinseca sia dell’uomo che dell’animale e non solo una manifestazione di un disagio sviluppato in situazioni o contesti vissuti dal singolo individuo.
Per Lorenz le specie viventi erano naturalmente aggressive e questa caratteristica tendeva ad aumentare con gli altri individui maschi della stessa specie tramite la competizione. Riteneva altresì che la pratica sportiva fosse utile a farla diminuire gradualmente.
 
Di questo periodo è anche l’analisi delle relazioni umane e della capacità dell’uomo di sviluppare mezzi atti a distruggere i propri nemici: in questo processo di sviluppo bellico a farne le spese non è solo l’antagonista umano, bensì la natura stessa, minacciata e devastata solo per interessi capitalistici.
E’ facile comprendere il motivo per il quale Lorenz abbia preso parte, soprattutto negli anni ‘60 e ’70, nonostante l’età, a manifestazioni contro l’utilizzo delle armi nucleari. Il suo impegno nasceva da un’avversione a quel processo autodistruttivo dell’essere umano che, andando contro le proprie attitudini naturali (quelle più rette) è portato a concorrere con i suoi simili per il conseguimento di premi e primati esclusivamente materialistici.
 
Ci furono interpretazioni che accostavano Lorenz alla stregua di un qualunque hippie dell’epoca o, peggio ancora, al pari di un qualsiasi pseudo animalista odierno, ma erano decisamente fuorvianti.
Per lui l’abbrutimento della massa è da intendersi come un fenomeno comune tanto al mondo degli uomini quanto a quello degli animali: è l’essere umano eticamente più basso che tende a riprodursi in numero maggiore e a procurare danni all’intero sistema naturale, così come accade per gli esemplari puri di oca selvatica che rischiano di essere sopraffatti dal crescente numero di oche domestiche.
Lorenz sosteneva la necessità dell’eugenetica come principio necessario all’innalzamento della natura tutta, per evitare l’addomesticamento (per quanto riguarda gli uomini si può interpretare come imborghesimento).
 
Furono queste sue teorie, contrastanti con i principi egualitaristici degli ultimi anni, assieme alla volontaria e mai rinnegata militanza nel Partito NazionalSocialista dei Lavoratori Tedeschi, a fargli revocare nel 2015, la “Laurea Honoris Causa” da parte dell’Università di Salisburgo, che gliel’aveva conferita nel 1983.
L’Università ritenne giusto ritirare il titolo per i rapporti “scomodi” che Lorenz ebbe con il governo NazionalSocialista. Quello che stupisce è il fatto che tali relazioni non siano mai state un segreto e non abbiano mai rappresentato una discriminante per il riconoscimento di titoli ben più prestigiosi come il Nobel del 1973.
 
La condanna postuma di Lorenz è assurda. Lorenz era già morto da più di venticinque anni, nel 1989. senza che la questione del suo orientamento politico prima della guerra venisse sollevata. Era risaputo che avesse avuto simpatie nazional-socialiste da ben prima del 1983, quando l’Università di Salisburgo gli concesse la “Laurea Honoris Causa”, poi, molti anni dopo. revocata.
E non si può certo dire che le teorie lorenziane siano state segnate da orientamenti ideologici.
 
«Lorenz è uno scienziato, un attento indagatore della natura, anche un creativo – se vogliamo – in grado di portare a sintesi le osservazioni della precedente scienza etologica, ma non un “ideologo”. A Lorenz piace osservare le cornacchie e le papere piuttosto che sfilare in camicia bruna. Studia i movimenti di rovesciamento delle uova dell’oca cenerina piuttosto che compulsare le pagine di “Mein Kampf”. Non cerca favori in qualche retrovia politica, tanto è vero che viene spedito come medico sul fronte orientale, per poi finire, prigioniero dei sovietici, in un campo di concentramento in Armenia, da cui torna in patria nel febbraio 1948.
Più che certe “simpatie” politiche di Lorenz il sospetto è che si voglia colpire l’opera del ricercatore, così scomoda per la vulgata corrente, pronta magari ad assimilare al nazismo le sue analisi scientifiche, tanto scientifiche da meritare un Nobel, sull’eredità rispetto ai comportamenti acquisiti, sull’aggressività, sull’antiegalitarismo.
La “condanna postuma” contro Lorenz non sposta ovviamente di un millimetro il valore della sua ricerca. Serve anzi a riportare il nome del padre dell’etologia all’attenzione del vasto pubblico, un’attenzione che è stata – soprattutto negli Anni Settanta-Ottanta del ‘900 – anche “politica”, proprio per l’anticonformismo delle sue analisi.
Lorenz – è anche questo l’aspetto del suo pensiero che dà più fastidio – non è stato semplicemente un ricercatore originale, quanto un lettore attento della realtà sociale e culturale dell’Occidente, a cui ha dedicato pagine di smagliante critica. Pensiamo al pamphlet “Gli otto peccati capitali della nostra civiltà”, pubblicato, nel 1973, in Italia, da Adelphi, nel quale elenca ed analizza “scientificamente” i fattori che mettono a rischio la stessa esistenza della nostra specie: lo squilibrio demografico, l’inquinamento e il saccheggio delle risorse naturali, lo stress “competitivo”, l’estinguersi dei sentimenti, la perdita del patrimonio culturale e la mancanza del modello paterno, l’indottrinamento di massa (attraverso i mass-media), il rischio atomico.
Pensiamo alle sue polemiche sulle dottrine “pseudo democratiche” e ai processi di disumanizzazione. Temi enormi che richiedono evidentemente approfondimenti doverosi e a cui non si addicono le condanne postume o le censure “liberali”. I libri (e gli autori) al rogo li lasciamo ad altri, a cominciare dai chiarissimi professori salisburghesi.».
di Mario Bozzi Sentieri
 
 
 
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